Archivio: Boschi, parchi e natura

Panorama: scopri con noi cosa vedere a Montalbano Elicona

Il Fiume Elicona

Cascata al Fiume Elicona

Il bacino idrografico dell’Elicona si estende per una superficie di 18 Km circa dal centro abitato di Montalbano Elicona al comune di Oliveri. Geologicamente il fiume attraversa frastagliate conformazioni di argille e areniti, tipiche dei monti Nebrodi e che per la maggiore erodibilità hanno consentito lo sviluppo di morfologie più dolci rispetto ai vicini Peloritani.

 

Il tratto non è regolare e si snoda impervio lungo il crinale del monte che dá il nome al borgo di Montalbano. Da giugno a settembre quando la portata dell’acqua diminuisce, lungo il sentiero Chiappazza (che prende il nome da una grande pietra piatta, un tempo usata dalle massaie per fare il bucato) è possibile ammirare un discreto numero di gurne e cascate.

 

Percorso il 700esco lastricato che conduce al ponte di ferro eretto dagli Americani nel secondo dopoguerra, si trova la classica vegetazione ripariale con eseplari di castagno (Castanea Sativa), ontano napoletano (Alnus Glutinosa), olmo (Ulmus Minor) e pero selvatico (Pyrus Pyraster). La valle è attraversata da snodi e trazzere che in passato servivano lo svolgimento di attività economiche e commerciali, come la molitura dei cereali. Nel romanzo “I cari luoghi del delitto” lo scrittore e storico montalbanese Nicola Terranova, ricorda i giorni felici d’infanzia trascorsi sulle sponde del Fiume Elicona, dove i contadini montalbanesi a dorso d’asino si recavano per macinare il grano.

 

Gurne dell’Elicona

Fino al 1950 nella Valle dell’Elicona erano attivi circa 15 mulini, ormai ridotti a ruderi e inghiottiti dalla vegetazione infestante. Essi appartengono alla categoria più antica di macchine ad acqua esistenti in Sicilia: quella a Palmenti, dove il grano passava prima in un cono per raggiungere il centro del polverizzatore e poi attraverso lo spazio interposto tra le due ruote, per essere espulso radialmente a fine lavorazione.

 

Oggi il recupero del sentiero Chiappazza, operato dall’associazione Ramarro Sicilia in collaborazione con il CEA (Centro Educazione Ambientale) Messina e il C.E.T. Onlus di Montalbano Elicona, permette di visitare i resti del mulino della Chiappazza a 500 metri dal bivio con la trazzera di Monte Maletto.

 

Francesca Bisbano


Bosco di Malabotta

Malabotta bosco Incantato

Bosco 01Istituita con D.A. del 25 luglio 1997, la Riserva Naturale Orientata del Bosco di Malabotta si estende per 3221,95 ettari tra i Monti Nebrodi e i Peloritani. Un panorama unico, dallo straordinario valore geomorfologico, ospita nella porzione Nord-orientale il sito megalitico dell’Argimusco, mentre a 1341 m.s.l. presso Croce Mancina (la vetta più alta) è possibile scorgere i famosi “patriarchi”, esemplari ultracentenari di Cerro.

Peonie, Biancospino, Ginestra e rosa canina, compongono il Mappasottobosco, mentre una ricca e variegata flora di Felci, Pioppi Neri e Salici, costeggiano i torrenti Licopedi, Pistone e Fontanazza. Alla diversità degli ambienti corrisponde poi, una molteplicità di forme animali. Tra Gufi, Falchi, Barbagianni, Sparvieri, Martore, Volpi, Gatti Selvatici, Ghiri, Donnole,Topi Quercini, ecc ecc , con un po’ di fortuna è possibile ammirare anche il volo dell’Aquila Reale.

Molti i percorsi e le strade sterrate, punti informativi, aree attrezzate e piste ciclabili, che si prestano facilmente agli sport di montagna o anche alle semplici passeggiate, in uno scenario quasi incantato. Nel cuore di una natura pura e selvaggia è possibile ripercorrere tanto il “Sentiero dei Patriarchi” (3,5 km), dopo aver raggiunto l’ex-caserma forestale, quanto quello della “Trota” (10,5 km) che bordeggia il torrente Licopedi al centro della Riserva. A questi si affiancano il suggestivo “Sentiero di Federico II” seguito dall’imperatore per le sue battute di caccia, tra Monte Fontana Scavi e Monte Cerreto; il “Sentiero Pittari” (5,9 km)  sul versante meridionale, tra Pizzo Paolo e Punta dell’Aquila; il “Sentiero Faggita” (2 km circa) e il “Sentiero Vuturi” che aggira Monte Croce Mancia fino Portella Malpertuso, ricongiungendosi con l’ingresso di Malvagna.

Francesca Bisbano


Dettaglio mulino mondo

Gli Antichi Mulini dell’Elicona

Il Mulino Mondo

Il Mulino Mondo

Nel celebre romanzo “I cari Luoghi del delitto”, Nicola Terranova revocando i giorni felici d’infanzia trascorsi sulle sponde del fiume Elicona, descrive i quattro grandi mulini che lo costeggiano : uno in calce e pietra al passo di Gambello (alimentato da una presa ad acqua a monte lungo il canalone che correva a serpentino nel declivio) e tre distanziati a valle, in corrispondenza dei principali valichi delle strade campestri.

Interno del Mulino

Interno del Mulino

Oggi i ruderi delle imponenti macchine ad acqua, appartengono alla categoria più antica di mulini presenti in Sicilia, quella “a Palmenti” costituiti da due ruote in pietra molto dura, delle quali solo una è mobile. Terranova racconta che dal “beccuccio di latta sotto la tramoggia il grano fluiva in un sottile rigagnolo nel bocchettone delle mole e veniva restituito in farina bianca e odorosa in un rivolo che via via faceva mucchio nel tinozzo”. Il grano dunque veniva fatto passare prima in un cono, tramite cui raggiungeva il centro del polverizzatore e poi attraverso lo spazio interposto tra le due ruote, per essere rotto, tagliato ed espulso radialmente a fine lavorazione.

Ciò che rimane dei mulini dell’Elicona è ormai il contrasto tra una natura isola 13vegetale rigogliosa, presagio d’inesauribili ricchezze idriche ed enormi complessi ruderizzati principalmente a causa dell’inaccessibilità di quei luoghi. (Es. il mulino di Gambello, poteva esser raggiunto solo percorrendo la mulattiera di carboniere in mezzo ai noccioleti). Rovi, edera e sterpaglie, hanno quasi inghiottito le tracce di una civiltà dedicata alla molitura dei cereali, nonché depositaria di un’antica sapienza idraulica, tramandata dai greci, innovata dagli arabi e perpetuata dai normanni.

mondo 09Definitivamente abbandonati negli anni ’60, la loro realizzazione era connessa oltre alla proprietà dell’area, anche alla disponibilità di fruire del corso d’acqua (questo perché il diritto di “salto d’acqua” era una tassa da corrispondere al Regio Demanio per la fruizione dell’acqua pubblica che animava i mulini), quanto alla capacità economica di poter garantire una regolare funzionalità delle strutture molitorie da assoggettare a riparazioni e interventi frequenti. Per tutto il Medioevo, il diritto dell’acqua disegnò la mondo 17fisionomia di un territorio gestito in un accordo di tacita condivisione tra potere regio ed ecclesiastico, dove nella spartizione entravano donazioni e regalie a nobili feudatari in cambio di servigi, rivendicate poi da eredi o successori fin oltre l’Ottocento. Quest’ultime spesso e volentieri originavano molteplici contenziosi fra i richiedenti di nuove concessioni per “il salto d’acqua” con cui alimentare i mulini in costruzione.