L’Argimusco

Argimusco

Oltre il borgo, i dintorni di Montalbano Elicona offrono ai visitatori uno spettacolo unico nel suo genere. Tra i siti storico-naturalistici di maggiore interesse rileva l’altopiano dell’Argimusco, detto anche “La Stonhenge Siciliana”.

A circa 6km dal centro abitato, compreso nella Riserva Orientata del Bosco di Malabotta, il sito si contraddistingue per la presenza di grossi blocchi di arenaria calcarea dalle forme e dai significati più bizzarri. Un’aquila, un leone, un teschio, un guerriero, una dea orante, un gran sacerdote, profili zoomorfi e antropomorfi modellati dalla natura, hanno indotto generazioni di curiosi a scorgere collegamenti astronomici fra le rocce o misteriose corrispondenze alchemiche.

In mancanza di studi ufficiali, la teoria più acclamata sui Megaliti di Montalbano è quella del professore Gaetano Pantano. Secondo l’appassionato di storia locale, l’Argimusco rappresenterebbe una sorta di calendario astronomico. La presenza di una vasca rettangolare sulla sommità della Dea Orante, una tomba a grotticella a pochi metri dal megalite dell’Aquila e una roccia con funzione di pluviomentro al centro dell’area, suggerirebbero la presenza di insediamenti primitivi nella zona.

A sostegno di tali osservazioni, nel libro “Megaliti di Sicilia” Pantano segnala il ritrovamento di resti di dolmen e menhir anche nelle contrade: Losi, Reso Faragone, Polverello, Zittà, Rocche dell’Elmo, Rocche Nocerazzo, Portella Zilla e Portella Galvagna.

Dopo un’attenta ricostruzione delle pratiche agricole e religiose tenutesi in quei luoghi, l’autore affronta lo studio dell’Argimusco. Sulla base d’indagini induttive, l’autore ritiene che le rocce non siano disposte in modo casuale. Tutto nell’area megalitica è funzionale alla determinazione del ciclo delle stagioni. Da questo punto di vista rileva tanto il Varco del Leone (ossia lo spazio interposto tra i due menhir all’ingresso del sito) per l’osservazione del sorgere del sole durante i solstizi, quanto il rilievo della Rocca Salvatesta quale indicatore equinoziale.

Sempre secondo Pantano, la vasca rettangolare in cima all’Orante ospitava inizialmente un menhir di 30mt, mentre la tomba a grotticella indicherebbe la presenza di altre sepolture nei dintorni. Il megalite dell’Aquila guarda in una direzione precisa, quella che per Pantano segna l’ubicazione di un’antica necropoli. Rimangono incerte la funzioni di un palmento rupestre a pianta pentagonale e di un cammino arcuato sempre in cima all’orante.

 

Deduzioni a parte, le prime attestazioni storiche sull’Argimusco si hanno nell’Historia Sicula di Bartolomeo di Neocastro, che ricorda nel 1282 il transito di Pietro III d’Aragona presso la località Argimustus. Curiosamente l’autore non attesta la presenza di megaliti nella zona, per cui qualcuno ha immaginato che questi siano opera dei sovrani aragonesi. In particolare Paul Devins autore del saggio “Argimusco Decoded” ne attribuisce il progetto ad Arnaldo da Villanova, medico di Federico III d’Aragona. Una grande opera di medicina astrale che fu finanziata dalla regina Eleonora D’Angiò, cui sarebbe dedicato il monolite della donna orante in ricordo della sua devozione cristiana.

Nel luglio del 1303 è dall’Argimusco che Federico III d’Aragona invia una lettera al fratello Giacomo e nel 1589 la celebre carta “Siciliae Regnum” di Gerardo Mercatore, segnala a sud di Montalbano una “Largimusco Fons”. Il toponimo richiama per assonanza e vicinanza l’altopiano dell’Argimusco, nel cui territorio si trova ancora oggi l’omonima fonte.

 

Come arrivare all’Argimusco

 

Da Messina: raggiunto Montalbano Elicona seguire le indicazioni verso Catania; uscire dal paese e girare in direzione Tripi. Al bivio con la SP 115, girare a destra verso San Piero Patti. Dopo pochi chilometri al bivio con il cartello “Bosco di Malabotta”, girare a sinistra verso i megaliti già visibili dalla strada.

Da Catania: arrivati a Randazzo imboccare la SS116 (Randazzo – Capo d’Orlando); al bivio di Favoscuro girare sulla SP 110 (verso Montalbano/San Piero Patti) e all’incrocio con la SP 115, proseguire a destra, direzione Tripi. Al bivio con l’indicazione “Bosco di Malabotta” continuare a destra verso i megaliti dell’Argimusco.

 

Il nome “Argimusco”

 

Secondo il professore Gaetano Pantano il nome Argimusco deriva dal greco “arghimoschion”, ossia “altopiano delle grandi propaggini”. L’aggettivo farebbe riferimento alle Felci che solitamente crescono nella zona.

Secondo altri il toponimo deriva dalla risultanza in greco antico di λαμπρός = “splendente” e dal latino Muscus (muschio o felce) dunque “Splendente muschio”.

Secondo altri potrebbe derivare dal Catalano Alguamurcia (acqua stagnante), ma è bene ricordare che il termine appare ancora prima dalle reggenza spagnola in Sicilia.

In ultimo è stata azzardata una derivazione araba da Mursya (acqua pesante), alla quale i più contrappongono una derivazione latina da agri-muscus “campo di muschio” , traslitterato per metatesi dal dialetto siciliano in argi-muscus.

 

Curiosità

Qualcuno lega il significato del nome Argimusco alla tradizione alchemica, presupponendo che già nel ‘200, il luogo fosse utilizzato per attività esoteriche e spirituali.

Così il termine Mursya (dall’arabo acqua pesante) indicherebbe l’acido nitrico, sostanza conosciuta e usata dagli alchimisti. Il suffisso “Argi” potrebbe riferirsi all’omonima parola latina che si usa per chiamare l’argento o al greco άργος (argos) traducibile come “splendente” o “luccicante”.

Sempre con riferimento alla tradizione alchemica si sostiene che “Argimusco” significhi “oro degli argonauti” o meglio “oro dell’ariete”, quindi “vello d’oro”, proprio perché il muschio (muscus) per gli alchimisti indicherebbe l’oro potabile .

 

Bibliografia

  1. Devins P., Musco A., Argimusco Decoded, Paul Devins, 2014;
  2. Milazzo G., Il Codice Argimusco: ierotopie e ierofanie fra cristianesimo ed eresia medievale , in Dada Rivista di Antropologia post-globale, n. 1, 2016;
  3. Orlando A., Argimusco: Cartography, Archaeology and Astronomy, in Orlando A. (cur.), The Light, The Stones and The Sacred, Springer I.P. AG, 2017;
  4. Pantano Gaetano M., Megaliti di Sicilia, Patti (ME), Edizioni Fotocolor, 1994;
  5. Terranova N., Montalbano Elicona, storia e attualità, Roma, Editer, 1986;
  6. Todaro G., Alla ricerca di Abaceno, Messina, Armando Siciliano Editore, 1992.

 

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